domenica 6 novembre 2011

La solitudine - Leo Ferré

Io vengo da un altro mondo, da un altro quartiere, da un’altra solitudine.
Oggi come oggi, mi creo delle scorciatoie. Io non sono più dei vostri.
Aspetto dei mutanti. Biologicamente me la cavo con l’idea che mi sono fatto della biologia : piscio, eiaculo, piango. Innanzi tutto noi dobbiamo lavorare le nostre idee come se fossero dei manufatti.
Io sono pronto a procurarvi gli stampi. Ma…

la solitudine…


L’uomo è solo nella sua condizione, è sempre estraneo all’altro, è sempre straniero. Solo. Non perché sia diverso fisicamente, ma umanamente; a livello di umanità. L’umanità, il modo di vedere le cose, la propria solitudine, è fatto di concetti e di idee. Di segmenti culturali plasmabili. I filosofi, d’altronde, fanno questo di mestiere: danno forma e coerenza alle cose plasmandole con le parole.

Gli stampi sono di une materia nuova, vi avverto. Sono stati fusi domani mattina. Se voi non avete, di questo giorno, il senso relativo della vostra durata, è inutile tramandare voi stessi, è inutile guardare davanti a voi perchè il davanti è il dietro, la notte è il giorno. E…

la solitudine…

le parole che posso offrirvi per codificare questo mondo di idee è nuovo. Sono stampi che non esistono, che escono fuori dagli schemi, senza un punto fisso, senza autorità potremmo dire, relative al proprio essere; rapportare un singolo giorno non alla durata oggettiva ma in rapporto ai propri singoli giorni. Tutto potrebbe significare altro, essere tutt’altro. Il tempo cambia il suo senso.

Innanzi tutto le lavanderie automatiche, agli angoli delle strade, sono imperturbabili cosi come il rosso o il verde dei semafori.
I poliziotti del detersivo vi indicheranno dove vi sarà possibile lavare ciò che voi credete sia la vostra coscienza e che non è altro che una succursale di quel fascio di nervi che vi serve da cervello. E pertanto…

la solitudine…

i lavavetri che funzionano da lavanderie automatiche che si ‘attivano’ con lo scattare del rosso, imperturbabili seguono il funzionamento del semaforo stesso per lavarvi i vetri, fungono da poliziotti del detersivo che voi usate come lavaggio di coscienza mentre lasciate delle elemosine. Loro stanno lì apposta (li tollerate appositamente, lamentandovene come sempre, ma se stanno lì è perché fanno ‘comodo’ al sistema, gli è funzionale) per lavarvi quello che considerate coscienza, ma non lo fate né per solidarietà vera, né per spudorato lavaggio di coscienza, ma come impulso nervoso che tendete a giustificare razionalmente come pietà. Ecco un nuovo stampo di cui parlava prima. Meditate la vostra umanità.


La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo “felicità” perché le parole che voi adoperate non sono più “parole” ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto. Ma…

la solitudine...

La disperazione, del poliziotto del detersivo, è una diversa e superiore di critica. Potremmo chiamarla felicità, visto che ormai per voi le parole non servono più ad esprimere umanità ma un mezzo, per chi non è in grado di esprimere emozioni, di tenere a bada la coscienza. Quella coscienza che abbiamo già detto essere istinto razionalizzato. Altrimenti come si potrebbe pensare che una persona sia ‘felice’ nella disperazione della povertà ridotta ad un semaforo? Ecco un altro stampino.

Del codice civile ne parleremo più tardi. Per ora, io vorrei codificare l’incodificabile. Io vorrei misurare il pozzo di San Patrizio delle vostre democrazie. Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità.

La lucidità me la tengo nelle mutande.

Ma non voglio parlarvi delle regole del vivere comune, del Codice Civile. Vorrei dare un senso a cosa non ne ha più, vorrei misurare gli approvvigionamenti su cui la democrazia fonda la sua sopravvivenza. Voglio ovvero sollecitare al pensiero sul mondo che viviamo. Vorrei essere libero da preconcetti e da costrutti artificiosi; vorrei non essere vergine per mancanza di lucidità. La lucidità me la tengo nei pantaloni (tornando al codice civile …

CHIEDITI SEMPRE COSA E' BENESSERE