martedì 15 luglio 2014

Palestina libera

(di violenza, palestina e libertà)
Non è vero che sono contro la violenza. Certo ho avuto anche io la fascinazione per il pacifismo e la non-violenza, ma ne sono uscito da diversi anni. Certo quando studi le guerre mondiali, leggi Ungaretti, apprfondisci ghandi, ti informi sul '68 e il rock e il Vietnam, ti viene inculcato che la guerra è una cosa brutta. Certo, come rispondeva il marchese Onofrio del Grillo a Blanchard quando quest'ultimo paragaonava una carica napoleoneonica sul campo di battaglia al fare l'amore: "si l'amore... t'ammazzano!". 
Ed è pur vero, in guerra si muore. Ma c'è pur sempre chi in guerra muore felice, no? "Stasera ceneremo nell'Ade!" gridava Re Leonida ai suoi trecento spartani. C'è pur sempre la libertà da difendere e la giustizia che differenzia la guerra di Ares da quella di Atena. 
No, io non sono contro la violenza e la guerra in tutto e per tutto. L'uomo risponde animalescamente con la violenza alle proprie necessità prima di tutto biologiche, ma anche "spirituali". Dalla lotta per il cibo alla conquista degli spazi, è sciocco rinnegare la guerra e la morte come stati possibili e che puntualmente anzi si verificano tanto nella storia quanto nella vita di ciascuno di noi. La legittima difesa è ancora concepita come violenza giusta, la ribellione al tiranno, la rivoluzione francese e il codice napoleonico, la guerra di resistenza partigiana al nazifascismo. I persiani saranno tanti, ma noi siamo contenti di morire da spartani liberi piuttosto che vivere da greci schiavi e servi. Qualcosa in cuor mio mi dice che sarei salito sulle montagne a tirar sassi ai nazisti che avrebebero risposto con gli eccidi. Non discrimino né giudico la resistenza non violenta, ma più che ghandi amo citare Aldo Fabrizi che fa il prete in Roma città aperta, ma tuttavia non mi sento nemmeno di rinnegare i fucili, di condannare chi difende sé stesso ed il suo futuro con la violenza. Morire fa parte del macabro gioco della vita e certi tipi di esistenze sono tollerabili meno di certe vite disumanizzate. Questo è anche il confine stabilito nell'eutanasia e per certi versi anche nell'aborto, la cui responsabilità di vite decorose e degne di essere vissute è delegata a terzi. Non vi è dubbio che la violenza è un atto violento, è tautologia, ma quanti atti non fisicamente violenti sono peggiori di violenze in senso stretto? Il mobbing e lo stalker, come tutte le oppressioni, non sono violenza? "Mendicare la vita per un tozzo di pane è violenza!" Ci ricorda Vanzetti-Volonté. Il denaro è violenza come la paura di morire di fame e sete.

"Ci hanno insegnato la meraviglia.verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame" (De Andrè, La mia ora di libertà)

E allora perché dovrei dire che i missili kassam sono sbagliati? Perché quella guerra dovrebbe essere peggiore delle nostre in Afghanistan e in Iraq? Perché chi rivendica casa sua con la violenza, quando cinquant'anni di diplomazia unidirezionale, finta e imbrogliona sono falliti, è un terrorista? Chi può negare il diritto di hamas, quando le indipendenze degli stati moderni sono tutte frutto di lotte molto più fratricide di questa? Con che presunzione e con quale pancia piena riusciamo a gridare invocazioni di pace, quando da troppo tempo quella pace significa affamare e vessare un popolo rispetto ad un altro? Quella è una guerra che cerca di appriviggionarsi acqua potabile per farne uso esclusivo, una ancestrale guerra per la pozza d'acqua, molto similmente a come noi muoviamo guerra e armiamo popoli per il petrolio. Le rivendicazioni di uno Stato unito, con la sovranità sulle risorse naturali, il cui popolo possa autodeterminarsi e difendersi da ingerenze straniere, non è nulla più di ciò che riteniamo necessario ed indispensabile per noi. Nulla di meno di ciò per cui moriremmo da eroi, per cui morire sarebbe non solo lecito ma addirittura renderebbe orgogliosa la nostra famiglia.
"Libertà", strillava William Wallace mentre a noi viene la pelle d'oca.
O Victoria o muerte, Palestina libera!




«Non sono un terrorista, ma non sono neppure un pacifista. Sono semplicemente un normale uomo della strada palestinese, che difende la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendermi in assenza di ogni altro aiuto che possa venirmi da altre parti». (Berghouti: Washington Post, 2002)

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